Chi sono stata

Ho iniziato ieri a parlarvi di me offrendovi le mie uniche certezze: chi non sono e cosa non fa per me. Oggi io vivo nella terra di mezzo. Alle spalle osservo quella che non mi appartiene più e di fronte scorgo un immenso punto interrogativo. Credo tocchi tutti noi il senso di incertezza riguardo il futuro. Per quanto ci sforziamo di programmare, sappiamo perfettamente che del “doman non v’è certezza”. E questo a me la vita l’ha fatto capire con estrema chiarezza 5 anni fa. Poi siccome sono dura di comprendonio me l’ha ricordato con maggiore vigore 2 anni e quasi 10 mesi fa. 

Ricapitolando quindi: so chi non sono e non so che sarà di me. Però una cosa di certo la so ed ora la posso raccontare: chi ero prima che la vita mi sbattesse in faccia l’esigenza di dover morire per poter rinascere. 

Non credete a chi vi dice che è inutile rimuginare sul passato, perché tanto è passato. È inutile la sofferenza, questo si. Ma se riuscite a guardare indietro con il giusto distacco lì ci troverete voi, la vostra storia e tutto ciò di cui avete bisogno per vivere al meglio l’oggi. Per cui ci provo.

Mi chiamo Letizia e sono nata all’inizio degli anni 80 in un paesetto a piombo sul mare, nel centro Italia. Amo tantissimo quel luogo: il castello, il verde della collina, il mare blu intenso, il vento che ti scompiglia i capelli, l’odore della salsedine sulla pelle. Amo con intensa passione quel luogo ma in realtà non ci ho mai vissuto. Nella mia vita quel posto è stato soltanto un nome un pò strano sulla mia carta d’identità e per la mia mamma il luogo dove il suo ginecologo di fiducia faceva, a quei tempi, nascere i bambini. 

Io, in effetti, una vera casa non l’ho mai sentita, e nella realtà non l’ho mai vissuta. Fin da piccola, il lavoro di papà, ha portato la mia famiglia a spostarsi continuamente da una città ad un’altra e soprattutto da una casa ad un’altra. Per quanto faticoso ed emotivamente difficile lasciare sempre tutto e tutti e ricominciare ogni volta da zero e per quanto in certi momenti quella vita l’ho detestata, oggi la vedo come uno dei doni più grandi che mi siano stati fatti. Viaggiando ho sperimentato me stessa, la mia capacità di adattamento, la mia tempra, e soprattutto ho compreso che casa non è un luogo: è dove ami. Ovunque è casa SE c’è l’Amore.

Comunque, dicevo: ho viaggiato un sacco per davvero. L’infanzia è collocata nella mia mente in posti precisi, l’adolescenza in altri, l’età adulta in diversi ancora. 

Sono sempre stata un pò strana. Cioè non è che avessi le rotelle fuori posto o roba cosi: sono sempre stata una dai mille perché, una che deve assolutamente cercare il senso delle cose che vede e, prima di farle sue, le deve sentire. Sentirle dentro di se, viverle. Perché sennò le sputa fuori e finisce li.  Una gran rompipalle, insomma. E starmi accanto è sempre stato senza dubbio parecchio impegnativo. Non impossibile comunque. Basta provare a guardare l’orizzonte da una prospettiva differente e, grazie a Dio, per amore nei miei confronti, tante meravigliose persone ci hanno provato. Sta di fatto che questo mio modo di vivere la vita, senza alcun dubbio, non si è sposato mai tanto facilmente con le necessità di un mondo che va veloce e che se non produci e non produci “bene”, sei solo una fallita punto e basta. 

In virtù di queste “incomprensioni” a 17 anni mi sono ammalata. Sul serio e con tutti i crismi. Tra me e il mondo di cui avevo paurissima e che non comprendevo ho messo l’Emetofobia. Una roba quasi impronunciabile. La mia copertina di Linus, il mio modo di vivere ciò che mi veniva richiesto si, ma accioppata, zoppa. Oggi so che questa strana fobia, che nessun psicologo e psichiatra consultato fino alla fine della prima decade degli anni 2000 conosceva, è stata la seconda benedizione più grande ricevuta. In quello spazio tra me e il mio stomaco, la Letizia che se prima non sente dentro di sé non riesce a capire, continuava a vivere, a scalpitare, ad agitarsi e ribellarsi. Sono stata di merda, però. In un modo che a ripensarci mi mette la pelle d’oca. 20 anni esatti sotto anestesia, succube di qualcosa che io avevo creato per proteggermi e che poi mi ha reso prigioniera. 

Mentre l’Emetofobia viveva al posto mio mi sono fidanzata, ho intrapeso gli studi di psicologia per capirci qualcosa di tutto quello che nella mia mente era caos puro, e infine ho messo su casa con quello che allora speravo diventasse mio marito. Un uomo generoso, buono come il pane, rassicurante, intelligente, gentile. Un uomo che mi amava sinceramente e che io amavo in egual misura. Entrambi desiderosi di offrirci tutto ciò di cui avevamo bisogno. 

Nel 2011 i tempi sembravano maturi. Lavoro, progetti. Tra un attacco di panico e l’altro comunque avevo trovato il mio equilibrio. Una casa, lui, il mio adorato cane. Proprio nel momento in cui ho pensato di essere arrivata, di potermi rilassare, di mettere radici la mia vita si è stravolta. Lui, la mia spalla, la mia sicurezza si ammala gravemente. Stava benissimo e poi cancro. Metastasi. Zero speranze in un giorno solo.  Nei 18 mesi della sua malattia ho visto i miei sforzi, le mie convinzioni, le mie credenze consumarsi insieme a lui. Ho visto il mio futuro sbiadire giorno dopo giorno, fino a diventare fumo tra le macerie della catastrofe. La sua sofferenza ancora oggi infiamma i miei sogni. Quando l’ho lasciato andare di ciò che pensavo di Letizia non rimaneva più niente. Non so se qualcuno può concepire il vuoto. Io si. La mia mente è morta quel giorno, con lui. 

Dei sei mesi successivi non ricordo nulla. Niente di niente. Anzi ricordo proprio il niente. Guardo le foto di me, ogni tanto, e vedo qualcosa che mi fa paura, qualcosa che non sono mai stata né prima di allora, né mai più dopo.

Ricordo il nulla fino al giorno in cui, per coincidenza (ma io preferisco parlare di sincronicità perché il caso non esiste, è solo un’ invenzione dei pigri e dei disillusi), ho sentito al telefono una voce calda, ironica, allegra, che, come un arcobaleno, ha riportato i colori nel mio mondo grigio. Il mio cuore si è svegliato con lui. Anzi posso dire oggi con certezza che il cuore ha cominciato a battermi in petto e a parlarmi per la prima volta in vita quel giorno, mentre ascoltavo, rapita, quella voce sconosciuta.

Guidata dal brivido e dall’istinto, come per un magico incantesimo e senza neanche rendermene conto, mi sono ritrovata tra le braccia dell’Uomo più Puro e Vero che io abbia mai avuto l’Onore di avere accanto. Lui, il mio sole. Come per forza magnetica, il mio universo ha cominciato a danzare con il suo, senza paura alcuna. Nei suoi occhi e nelle sue braccia Letizia ha scoperto l’Amore.

Per oggi mi fermo qui. È abbastanza per me.

Grazie a chi ha avuto la pazienza di volermi leggere.

Vi abbraccio forte forte❤

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Il grande inganno

Ieri sera guardavo annoiata la tv.

Cambiando canale mi sono imbattuta nel riadattamento cinematografico di un celebre cartone della mia infanzia: “Anna dai capelli Rossi”. Chi, come me è nato negli anni 80, di sicuro ricorderà le avventure di questa indomita e prepotente orfanella, sbattuta da una famiglia all’altra, grata per il più stupido dei diritti basilari di un bambino. Quando Anna si affezionava, purtroppo i membri delle famiglie affidatarie morivano. Finché la sua vita di giovane martire finiva attaccata al capezzale dell’unica malatissima vecchia che l’avesse accettata. 

Avevo rimosso questo cartone. E la sua perversa storia. Fino a ieri. L’ho guardato con attenzione e invece di sentitmi commossa per la povera piccola, sono andata a letto incazzata come una scimmia a cui rubano la banana. 

E mentre ero a letto pensavo che mica c’era solo Anna, nella nostra infanzia. Magari!!! C’erano pure Sara, Giorgie, Annette, Candy Candy e troppe altre dolci martiri. Per un maschietto si poteva invece spaziare da Holly e Benjie a Ken il Guerriero, passando per ogni genere di super eroe e portatore di giustizia umanamente pensabile.

Quindi ieri ero veramente, ma veramente arrabbiata. Perché ho intravisto il motivo delle sciagure di questa nostra “generazione di mezzo”. 

In teoria, e correggetemi se sbaglio, i nostri genitori non se la passavano malissimo. Cioè, a parte i legittimi drammi personali, la guerra manco l’hanno vista, la nostra società era in fortissima ripresa economica, avevano davanti un futuro pieno di possibilità. Duro lavoro, certo. Ma pur sempre lavoro. E cosi per famiglia e passioni. Tutto in costruzione, per chi volesse ovviamente.

Viste le premesse e visto che, a rigor di logica, da possibilità nasce possibilità, mi spiegate per quale strano motivo, noi, i loro figli ci sentiamo cosi eternamente insoddisfatti, vuoti, infelici? Perché noi, che abbiamo assistito al periodo storico più rivoluzionario di tutti i tempi, ci sentiamo degli eterni falliti? Sempre assetati, sempre affamati. Mica tutti, ovvio. C’è chi sta benissimo cosi come sta e si è adattato alla perfezione agli standard dei nostri genitori, senza alcun bisogno di affermazione sociale. Oppure no? Questo lo possono sapere solo i diretti interessati.

Sapete però che cosa mi fa arrabbiare di più? Che quando alziamo la testa e manifestiamo il nostro disagio ci sentiamo rispondere: ” Ma come??? Ma se hai avuto tutto!!!!!” Oppure: “Ehhh, ma che ci vuoi fare..i tempi sono cambiati! C’è la crisi!”

Ipocriti!!! Ipocriti tutti! C’è la crisi, si! Nostra però! Artefici Noi dell’immenso casino di questo mondo! Perché il mondo cambiava e noi fermi, immobili, terrorizzati. A pensare che le orme di mamma e papà fossero per forza le nostre. Perché mica vorrai ribellarti ad un mondo cosi Cattivo???? Mica vuoi fare la fine di Anna vero?! Oppure di ken??! ORFANI. TUTTI ORFANI. Nessuno dei nostri cartoni preferiti aveva una mamma e un papà vicino. 

Ragazzi, ci hanno reso pecore dandoci da mangiare pane e paura. 

Forse perché eravamo cavie? O piuttosto perché saremmo stati molto meglio? La versione dell’uomo migliore di sempre. Ma si sa, il gioco dell’evoluzione funziona sempre cosi: superare enormi ostacoli. Ricordate Darwin: solo il più forte sopravvive. Ma il più forte chi è? Quello che nonostante i limiti si è evoluto comunque! E in questa epoca il nostro limite più grande è la mente e la sua suscettibilità alla paura.

Torniamo a noi. Il mondo muta. Perché noi non possiamo? Perché il mondo, mentre crescevamo, era caos e noi a guardarlo. Troppo o troppo poco di tutto.

La fregatura è che sapete che succede alla fine ad Anna? Succede che a forza di accudire con amore la vecchia, muore di solitudine e stenti. E Ken? Eh beh! A forza di fare giustizia per altri, eroi degli indifesi, schiatta con la testa mozzata per mano qualcuno più furbo di lui. Questo vale ovviamente per chi la vittima ha voluto tenersela stretta a se.

Chi invece la vittima l’ha voluta scacciare via poiché lei/ lui si reputavano più “forti”…..beh…..guardatevi intorno: omicidi, stupri, violenza verbale, adulterio, mancanza totale di compassione o empatia alcuna. Proprio come nei cattivi dei nostri cartoni animati.

Io sono certa che il modo in cui viviamo le nostre vite non sia un caso e che le disgrazie che ci accadono non siano frutto del mondo crudele là fuori. Io ne ho la prova. Le disgrazie capitano e basta. Però noi abbiamo infiniti modi per reagire. Solo che non lo sappiamo ancora. Perché la sofferenza non è obbligatoria, non è necessaria. 

Per cui o smettiamo di lamentarci una volta per tutte e accettiamo di soffrire (libera scelta!) oppure proviamo a vivere per ciò che siamo davvero. Affrontando pure la paura di finire come Anna o Ken. Ma almeno ci avremmo provato.

E se poi magari scoprissimo che Anna, dopo una vita ad accudire la vecchia, ha viaggiato tutto il mondo, si è sposata ed è  morta felice nel suo letto, con accanto i suoi adorati figli e l’uomo che le ha, finalmente, restituito tutto l’Amore donato? E se Ken, stanco di tanto lottare, stanco di tanta solitudine ha poi trovato due occhi per perdersi e due braccia in cui scaldarsi? Secondo me non è che non ci avete mai sperato che finisse cosi.                È solo che a noi, il lieto fine non è stato mai raccontato. Solo questo.

Torniamo allora all’ultima cosa che abbiamo sognato da piccoli, prima che la sofferenza di non capirci più nulla ci spezzasse le gambe. In quella speranza ci siamo noi. E non è mai troppo tardi per crederci. Se si vuole. E voi,avete voglia come me di essere felici?

Vi lascio invitandovi a farvi una risata, perché ci vuole sempre. Vi lascio qui sotto il link di uno spezzone di puntata di radio 105 in cui si parla dei nostri cartoni preferiti 🙂 🙂

http://www.105.net/audio/varie/210516/Il-Disagio-dei-Cartoni-Animati-Anni.html

Un abbraccio a chiunque abbia avuto voglia di leggermi!!!!

Chi non sono

Sono una ribelle di 37 anni da sempre in cerca dell’Amore. 

Per trovarlo ho camminato per molte strade, brutte o belle poco mi è importato. Ho amato e odiato tutto e tutti con la stessa intensità. Sono scappata lontano per sentirmi libera e mi sono ritrovata prigioniera. Per Amore sono arrivata ad un passo dalla morte e solo allora ho compreso che dovevo fermarmi e arrendermi all’evidenza che la mia lotta mi stava uccidendo. 

Per puro istinto di sopravvivenza ho sentito che dovevo capire il perché del mio eterno senso di vuoto e della mia ossessione per l’Amore. Ho pregato tanto e con le lacrime ho lasciato che il dolore mi annientasse e che portasse via da me tutto. Anche chi amavo più di me stessa.

Ora non ho più nulla ma con certezza so chi NON sono e cosa NON voglio più. Riguardo che ne sarà di me non posso saperlo e per la verità poco mi importa. 

Perché finalmente l’Amore l’ho trovato. Nel posto per me più impensabile: in questo guscio rinsecchito che sono diventata. 

Oggi rinasce Letizia poiché oggi nasce la mia Libertà. E la mia Libertà, stavolta voglio condividerla. Per me e per chiunque senta di essere solo, prigioniero e senza vie d’uscita. La porta è li. È sempre stata li. Dentro ognuno di noi. Basta avere il coraggio di aprirla.