Il Ricordo dell’Emozione

///Questo è uno scritto un pochino lungo. Partolirlo è stato parecchio impegnativo quindi perdonatemi la prolissità e la probabile confusione che ne percepirete. Tento sempre di essere il più lineare possibile, ma io sono il Caos.😁 Ci provo.////

Il 2 e il 3 Ottobre per me sono date importanti. Di quelle che se anche non ci faccio attenzione, poiché magari la mia mente è completamente presa dai pensieri e le incombenze che la realtà mi impone, sussurrano comunque al cuore emozioni. Penso che sia capitato a tutti il sentirsi irrequieti, tristi, malinconici, gioiosi o arrabbiati senza apparente motivo. Poi magari un’immagine, una canzone, un pensiero ci riporta indietro nel tempo e ci fa dire: “Ah già..in questa data è accaduta quella determinata cosa nella mia vita”. Ed ecco affiorare il ricordo. Molto spesso, invece subiamo emozioni e basta, senza definire da dove arrivino. Ci troviamo alla fine della giornata, spegnamo la luce, ci diciamo”domani è un altro giorno” e l’emozione si perde. Altre volte, ancora, ricordiamo perfettamente ma l’emozione che il ricordo ci suscita è discordante, stona. Tutto questo accade perché non vogliamo dare la giusta attenzione a noi stessi. Innanzitutto perché le emozioni sono già di per sè scomode e fastidiose.  In piu ci hanno addestrato, per educazione di massa, a negarle perché cozzano con questo nostro mondo tecnicistico e scandalosamente pragmatico. Le emozioni portano dove non vogliamo essere trascinati e per paura decidiamo che è meglio ignorarle, far finta di niente o trasmutarle. Purtroppo per noi, però, il nostro cervello perfetto, registra. E registra proprio tutto, tutto; ogni nostro secondo da prima della nascita, e questa è un evidenza scientifica. Il cervello, tramite determinate strutture, provoca anche le emozioni dovute al modo in cui abbiamo vissuto gli eventi. Le emozioni: i mostri tanto temuti da noi e da chi ci vuole trasformare in robot da produzione. Il cervello poi, bastardo, ci fa pure un altro scherzetto infame. Lega il ricordo all’emozione che abbiamo provato in quel momento. E che tu voglia o meno, che tu ricordi oppure no, quell’emozione la rivivi mille e mille volte, slegata però dal reale contesto che l’ha generata. Perciò, magari, quella rabbia che stai provando la riversi sul primo poveraccio che ti capita a tiro. Oppure ti senti triste e irrequieto e ti chiudi in casa, mentre fuori ci sarebbero un sacco di belle cose da vivere. Ecco come funziona l’Uomo che non pone attenzione a se stesso. Ed ecco il paradosso di questa Società in cui il fare è vitale, l’Essere è una cazzata new age. Il paradosso dei nostri tempi: eleggere la Mente ad unico strumento infallibile per ottenere certezze sul mondo, permettendoci però di tenerne solo le funzioni che ci fanno comodo per sentirci stabili e produttivi e respingerne nel cassetto più buio tutte quelle scomode, che ci fanno andare in confusione. Perché le emozioni ci fanno battere il cuore e questo non va per nulla bene. Quindi semplicemente prendiamo una parte del nostro razionalissimo cervello, gli diciamo ciao, e cosi pensiamo di essere finalmente al sicuro. Se la negazione che ci sbattiamo per ottenere funzionasse, io personalmente avrei risolto già da un pezzo tutti i miei problemi ed ora, probabilmente, me ne starei in pace al lavoro progettando già il pranzo di Natale e le strameritate prossime vacanze estive insieme al mio compagno. E invece nada. Non voglio di certo spaventarvi, con l’idea che se tentate di porre la vostra attenzione sulle vostre emozioni in modo costante, in modo obiettivo, vi capiterà di straziarvi come ho fatto io. Non accadrà. Io sono pazza e questo è assodato da un tot di tempo. Vorrei solo che vi guardaste intorno e capiste dove vanno a finire le emozioni che noi tentiamo di respingere. Li leggete i fatti di cronaca? Avete modo di accorgervi dell’odio dilagante, dell’autolesionismo, del razzismo, del menefreghismo, della violenza, dell’apatia, dell’anafettività? Ecco quello è il frutto delle personali emozioni a cui non diamo nome per il terrore di soffrire e di diventare matti. Cosi poi, se poco poco, siamo “fortunati” facciamo diventare matti chi ci ama. Se invece siamo particolarmente “sfortunati” arriviamo ad odiare ed uccidere chi ci dorme accanto. La via di mezzo è l’odio per lo “straniero”, colui che più ci allontana dalle emozioni nostre. Li guardiamo come bestie perché siamo certi che il nostro odio è colpa loro…cosi diversi da non poterci manco rispecchiare. Che sollievo, lo straniero! “Nero”, cattivo e prepotente. Diverso in tutto. Per cui colpa sua dell’odio nostro. Senza dubbio. Qualsiasi mezzo è lecito pur non porre attenzione su noi stessi. Automi in balia delle nostre emozioni semplicemente perché scisse dai ricordi che le hanno generate. E secondo me, essere schiavi non è mai una bella cosa. 

Comunque io oggi volevo parlarvi dei miei ricordi. E se ancora, dopo tutta la mia pappardella sul legame ricordo/emozione, non siete stramazzati in terra per la noia (io stessa faccio fatica a sopportare la mia pedanteria, per cui se volete dedicarvi ad altro di più spensierato avete tutta la mia solidarietà) proverò a raccontarveli.

16 anni fa, oggi, il primo bacio con quello che di li a breve sarebbe diventato l’Amore mio. Andavo all’università ed ero una ragazza moderatamente spensierata in quel periodo. Uscivo spesso e studiavo sodo. Il 2 ottobre faceva freddo, nonostante l’autunno fosse arrivato da poco e come quasi tutti i giorni mi apprestavo a ritrovarmi con gli amici. Ricordo l’umidità pazzesca di quella sera che mi spinse ad indossare per la prima volta dopo l’estate, un gilet di lana azzurrino dal collo alto e gli stivali con sotto le calzette più pesanti. Ricordo il viaggio in motorino verso il centro città, la mascherina del casco che gocciolava sul viso nonostante non piovesse. Ricordo il fastidio e la voglia di tornarmene a casa al caldo del piumone. Arrivai nel luogo fissato per l’incontro e, al posto della decina di persone che mi aspettavo di incontrare, ci trovai solo Lui. Gli altri amici avevano tutti avuto contrattempi dell’ultimo minuto. Io e l’Amore mio ci conoscevamo da cinque mesi. Il nostro rapporto era fatto da fiumi di parole, risate e sguardi da lontano, ma nessuno dei due aveva mai pensato che potessimo essere più di quello che già eravamo. Uscivamo insieme praticamente tutte le sere ma mai, prima di quel 2 ottobre, da soli. Arrivai, quindi, e il peso dell’imbarazzo ci colse in pieno, tant’è che stettimo un bel po’ a ragionare se fosse stato il caso di rinunciare ed andare a dormire. Alla fine decidemmo che una birra per lui e un succo di frutta per me potevano essere un lecito compromesso. E poi subito a nanna. Ci incamminammo, quindi, per le vie del centro storico della Nostra città e passo dopo passo, mentre il vuoto dell’imbarazzo si riempiva di parole e di risate, io cominciai ad avvertire il “friccichino” nello stomaco, l’irrequietezza dell’eccitazione che sempre, in vita mia, mi ha annunciato l’imminenza dei miei eventi più importanti. Mi sentivo davvero strana, davvero confusa. Arrivammo in uno dei nostri pub preferiti ed una volta seduti e serviti, ci perdemmo. Letteralmente e totalmente, protetti entrambi dalla sicurezza del “solo amici”. Quei momenti, nella mia mente oggi, sono solo immagini e sensazioni. Il nero dei suoi occhi, la mia mano che giocava con la catenina appesa al mio collo, il suo maglione nero con le costine piccole, morbido, morbido al tatto, le sue labbra che si piegavano in sorrisi continui, di cui fino ad allora non ne avevo scorto la dolcezza, il succo gelido, l’odore della birra, il rumore del contorno che mi spingeva ad avvicinarmi a lui per sentire meglio, per sentire tutto. Uscii stordita e l’aria intorno era cambiata. Non sentivo più l’umidità, sentivo il freddo pungente, quello perfetto per poterti scaldare. Guardavamo entrambi per terra non sapendo che farci di tutto quello che, in mezzo al caos di quel pub, avevamo provato. Conoscevo ed amavo già la sua timidezza, che ai miei occhi lo rendeva innocente, vero, puro. Allora fui io a superare la mia vergogna e gli presi la mano. Lui la strinse forte e, poi, dopo l’ultima esistazione, si avvicinò e ci baciammo. Per poco, ma con un’intensità di cui non lo facevo capace. Quando ci allontanammo sapevo già che lui sarebbe stato un mio “per sempre”. Mano nella mano, in silenzio, ritornammo indietro, fino ad una panchina che scegliemmo come palcoscenico per i nostri primi scambi d’Amore. Non parlammo neanche per un istante. Ci baciammo e ci tenemmo per mano guardandoci negli occhi. Tutto lì. Senza promesse, senza decidere nulla, senza andare oltre perché quella panchina, per noi, in quel momento, era perfetta cosi. Quando poi l’ora tarda ci spinse alle responsabilità della mattina imminente, ci alzammo e con un bacio lieve ci promettemmo un “ci vediamo domani”, ci  voltammo e ci incamminammo ognuno per la propria strada, senza avere idea che le nostre, di strade, si erano già indelebilmente fuse insieme.

Avevo da poco compiuto 21 anni, quella sera, e con Lui, l’Amore della mia Giovinezza ci ho trascorso quasi 11 anni. 

Anni pieni, confortanti, tranquilli. Anni di gioie pacate, dolori lievi che con un abbraccio passava tutto. Anni in cui, ogni volta che lo guardavo vedevo la stabilità di un padre gentile e premuroso. Anni in cui la passione ha lasciato il posto alla sicurezza che lui per me ci sarebbe sempre stato. Anni in cui abbiamo anche litigato tantissimo perché il mio impeto e la mia prepotenza, in quel periodo, erano parecchio difficili da contenere e perché il suo carattere remissivo non gli ha mai permesso di scegliere per sè e di conseguenza per noi. Però, scontro dopo scontro, siamo rimasti insieme lo stesso, semplicemente perché tutto quello che insieme vivevamo era ciò che Noi volevamo. Perché ci amavamo ed insieme avevamo Tutto ciò di cui avevamo Bisogno. Compresa la rabbia reciproca, compreso il rancore perché la sicurezza curava ogni cosa.

L’Amore della mia Giovinezza, come ho già accennato in un mio scritto precedente, in un giorno d’estate di 5 anni fa ha lasciato questo mondo dopo aver patito le pene dell’unico inferno esistente: la malattia. Il giorno in cui Lui è morto io non c’ero e non c’ero nemmeno il giorno in cui i suoi cari l’hanno sepolto. Ancora oggi non so dove si trovi, non perché io non possa prendere la macchina ed andarlo a cercare. Sarebbe semplice trovarlo. Io ancora oggi non sono andata a regalargli nemmeno il suo fiore preferito, perché ero arrabbiata. 

Ero immensamente arrabiata perché 3 giorni prima che spirasse, dopo essergli stata accanto Sempre, in ogni istante della nostra vita insieme, IO, allo stremo di me stessa, ho permesso che qualcuno mi portasse via da quell’incubo. Arrivata ormai alla “meta”, in preda al terrore di non reggere la conoscenza con la morte e al dolore immenso di non poter fare più nulla per Lui, ho mollato. Ho mollato perché non ho avuto fiducia in me e non ho saputo combattere per restare al posto che mi spettava e che dovevo a lui e a me stessa. L’ho permesso ai suoi congiunti che per tutti i Nostri 11 anni mi hanno destestata e ostacolata in tutti i modi possibili, solo per il fatto di essere diversa da ciò che loro intendevano per “futura brava moglie”. L’ho permesso a coloro che mi amano perché gli ho, da sempre, lasciato il diritto di decidere cosa “davvero” fosse giusto per me. Per questi motivi ho mollato e, dopo essermi assicurata che lui avesse Tutto quello che un malato terminale, incosciente, necessita, sono andata a morire a modo mio, lontano da lui. 

In questi 5 anni non sono andata mai a cercarlo perché ero terribilmente arrabbiata. Con Lui! Perchè sentivo che avrebbe dovuto avere il coraggio di difendermi da chi, per 11 anni non ci ha voluti insieme. Non mi fa di certo onore ammettere di essere stata arrabbiata con una persona morta, che ho amato e che mi ha amata. Ma è così. È la verità. Solo oggi comprendo che la rabbia che ho provato era solo ed esclusivamente rivolta verso me stessa. Cioè Lui avrebbe dovuto, si, difendermi, ma era fatto così ed io lo sapevo già dal principio. Sono stata IO a permettere che Lui e tutti gli altri agissero per me. E spesso contro di me.

Mentre tentavo di capire tutto questo però, in virtù della rabbia che avevo dentro, mi sono negata tutto di Noi, pure un fiore su una tomba che tutti i giorni provo ad immaginare. E soprattutto mi sono negata di pensare a Noi, ricordandoci come in realtà eravamo: due splendidi “fanciulli” innamorati e profondamente legati. La rabbia ha sommerso i ricordi. Tutti, pure quelli d’Amore. Fino a che una canzone non mi ha finalmente riportata tra le sue braccia.

Capite ora, perché vi ho parlato dell’importanza del ricordo? Del porre Attenzione? E del perché è nostra Responsabilità accogliere l’emozione che l’evento in sé ci ha suscitato? Perché a volte, una rabbia che non sai da dove arriva, può distruggere la bellezza, la sacralità e la perfezione del nostro vissuto. 

Mi ci sono voluti 5 anni per perdonare prima Lui e poi me stessa. Capire in realtà da dove la rabbia arrivava. Gli altri purtroppo o perfortuna sono quello che sono. Non è nostro diritto o dovere cambiarli. Però possiamo cominciare a prestare attenzione a Noi, curare i ricordi e ciò che ci accade, accogliendo l’emozione e tenendola stretta. Senza negarla. Senza provare vergogna. Bella o brutta che sia. Vivendola e basta, così da non permettere mai a nessuno di lederci, nè a noi di farlo.

Io solo cosi ho ritrovato il ricordo del Mio Amore per Lui. 

Lo celebrerò con gioia, oggi, e lo terrò finalmente con me per tutto ciò che siamo stati: una delle mille facce dell’Amore su questa Terra. Perfetti, allora. Semplicemente Noi. 

Vi lascio con la Nostra canzone. 

 https://youtu.be/mT2np3mBKCc

Un abbraccio ❤

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Autore: La Fenice Ribelle

Innamorata dell'Amore, del Coraggio e della Libertà. La Paura, la mia sfida continua e la mia più fidata alleata. Il mio destino: trovare me stessa.

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