Il punto zero

Credo che ognuno di noi abbia sperimentato il proprio punto zero. Quel momento in cui qualcosa che abbiamo esercitato, vissuto o semplicemente subito per comodità, improvvisamente non è più utile o funzionale (e spesso distruttivo) a quello che dobbiamo affrontare o semplicemente al modo in cui vogliamo essere. C’è chi lo sperimenta nelle relazioni, chi magari con il proprio lavoro, chi con il rapporto con i genitori o con i figli e potrei continuare a portare tanti esempi quanti sono gli esseri umani su questo pianeta. Esiste sempre quel momento magico in cui ci guardiamo allo specchio e ci diciamo che se non ci modifichiamo non potremo mai ottenere ciò che desideriamo. Da quell’istante come per miracolo il mondo che ci circonda, nella nostra mente cambia volto e le soluzioni, che prima sembravano montagne impossibili da scalare, si palesano con una semplicità spiazzante, che ti fa pure pensare a quanto sei stato idiota ad arrovellarti il cervello cosi tanto a lungo e a spaccarti il cuore per senza niente.

È qualcosa di meraviglioso il punto zero. Ti regala la semplicità, la leggerezza del sospiro di sollievo, la possibilità di sentirti libero di agire come meglio ritieni opportuno. È quel momento di vuoto tra come eri e come sarai. È il silenzio.

Strabiliante il punto zero tanto quanto straziante il percorso per arrivarci. Dico straziante perché per raggiungerlo occorre un sacco di impegno. Primo: bisogna concedersi la possibilità di fermarsi ed esaminarsi con obiettività. Secondo: implica l’assunzione di ogni responsabilità delle proprie azioni ed emozioni. Terzo, ed è qui la parte più complicata, necessita il tentativo di liberarsi da tutto ciò che non ci serve più per raggiungere l’obiettivo.

Ovviamente non tutti hanno un punto zero, poiché alcuni sono incapaci di riconoscersi come unici responsabili del proprio modo di agire nella vita. Conosco persone sicure di sé e della propria condotta sempre, fin dalla nascita, a prescindere da tutto e tutti. Sono certi di essere perfetti sotto ogni aspetto e convinti che il mondo con loro si sia dimostrato eternamente crudele. Amano sentirsi vittime. Vittime di ogni accidente accadutogli, e loro li, inermi, a subire tutte le più assurde ingiustizie dei crudeli abitanti di questo infame pianeta perché troppo buoni, troppo onesti. Capiamoci, tutti partiamo da li. Tutti ci siamo sentiti vittime, indifesi contro il destino infame. Io ci ho sguazzato in questo limbo. È naturale. Ma possibile che mai, MAI e poi mai, ci si fermi a porsi due domande? Cioè è realmente possibile che ci siano persone che non si mettano mai in discussione? Si. E purtroppo ricoprono la maggioranza della percentuale della popolazione. All’apparenza sono sicuri e spesso sfacciati ma anche loro soffrono. Ed in virtù della sofferenza si rompono spesso le palle. E come tutti toccano il punto zero…si, degli altri però. Di chi gli sta intorno, passandoci sopra come Caterpillar, sbattendosene altamente della sofferenza procurata e per di più andandosene in giro per il mondo ostentando una coscienza cristallina. A loro piace farsi chiamare vittime, io mi diverto a chiamarli Vampiri. Vampiri emotivi. Ma si sa, le definizioni sono solo punti di vista differenti. Per cui pace a loro e pace a me.

Io ho sguazzato nel vittimismo per 33 anni. Come la piccola, povera Anna dei cartoni. Però siccome fare del male agli altri per assicurami vantaggio personale non mi è mai riuscito (porca miseria!) ho deciso, inconsapevolmente, di ledere e sabotare Letizia in ogni modo possibile. Poi, “per fortuna”, durante i successivi 3 anni i “casi” del “destino” mi hanno facilitato il compito e velocizzato il processo verso l’autodistruzione. Per la serie, tolto il dente, tolto il dolore. Non ne vado fiera ma è la verità. Fino a che più o meno di questi tempi, l’anno scorso, finalmente mi sono rotta le palle pure io. Era sabato. Avevo appena ricevuto l’ennesima batostata da una persona “troppo buona, troppo sensibile e troppo onesta”. Mi sono guardata allo specchio del mio bagno e come in preda ad un tragicomico siparietto mi sono urlata in faccia: “Mi Arrendo!!” cosi tante volte che sinceramente, a ripensarci, mi viene parecchio da ridere. Se il mondo era troppo buono, troppo vero e troppo onesto ed io continuavo a prendercela sui denti, allora volevo diventare anche io come il resto del mondo. E Fanculo a tutto e tutti!

Io le avevo davvero provate tutte ma mai la resa. E mai mi sarei aspettata la meraviglia che dalla resa mi sarebbe toccata.

Nell’ultimo anno non ho fatto altro che osservare tutto ciò che in me era disfunzionale al raggiungimento del mio unico obiettivo: la pace. Non si sta troppo bene quando tutti i tuoi limiti ti si ripropongono giorno dopo giorno. Quando cominci a realizzare tutto il potere che hai concesso tu a chi amavi. Quando vedi che sei proprio tu e nessun altro ad aver permesso a chiunque tu volessi di lederti. Non si sta bene neanche quando realizzi che gli altri sono quello che sono e basta, ma chi ha il potere della propria vita tra le mani sei solo tu.  Non ti fa sentire bene capire che il dolore che hai provato era necessario, perché solo cosi avresti potuto iniziare a vederti dentro. A volte stai cosi male che cerchi di scappare ma capisci anche che ormai ti sei arresa e l’Universo, quando chiedi per davvero, non nega mai. 

A forza di ardere dentro, tra un giro di giostra e l’altro, trascinata nel vortice del caos, ti svegli una mattina e ti accorgi scioccata che l’enorme sforzo non pesa più. Ti rendi conto che la confusione si è diradata, che ciò che prima ti sembrava impossibile l’hai già trovato e che la sofferenza è evaporata come acqua al sole. Ma soprattutto senti e vivi finalmente dentro di te la sacralità di ogni secondo della tua vita. Ogni parte necessaria di te finalmente al suo posto. 

Io mi sono svegliata cosi 7 giorni fa. Non sapendo che fare ho cominciato a scrivere e nel fluire ho sentito ogni pezzo del mio puzzle andare al posto giusto. 

Oggi, seppur con titubanza, condivido qui il mio Punto Zero augurandolo ad ognuno di voi, a modo vostro e più e più volte nella vita, perché è questa l’opportunità più preziosa che possiamo concederci. 

“Sono le mie queste mani sempre fredde.    Sono le mie queste gambe consumate dal disprezzo e dalla fatica del cammino.          Sono i miei questi occhi in cui non trovo più la spensieratezza e l’allegria del mio sguardo.                                                              Sono i miei questi denti consumati dalla morsa dell’angoscia.                                          Sono i miei seni che vedo sempre più piccoli e avvizziti da un tempo che non aspetta.                                                                È il mio questo ventre che da sempre fugge al richiamo della vita e che pian piano sfiorisce.                                                       Sono i miei questi fianchi che si fanno sempre più stretti come a voler dimenticare la morbidezza originaria della creazione.                                                            Sono le mie queste spalle aguzze che si curvano sotto il peso di un mondo impossibile da nutrire.                                    È mio questo stomaco in tempesta da sempre che non osa chiedere per paura di non riuscire a trattenere.                                È il mio questo respiro affannato e strozzato per aver tentato di correre troppo a lungo, senza aver imparato prima a camminare.                                                    È la mia questa voce sempre più flebile che si fa piccola per il costante timore di poter turbare la quiete.                                        Sono le mie queste orecchie che si rendono sempre più sorde per non dover più mentire.                                                              È il mio il suono di questo cuore spaventato dall’eterno inganno dell’offerta di una culla terrena dove poter riposare.      È il mio questo dolore amico, compagno fidato a cui ho teso la mano pur di non scomparire.                                                        È il mio il coraggio di non aver mai pronunciato la parola Casa senza avere la certezza di essere arrivata.                            È mia questa fiducia traballante che, da sempre, guida i miei piedi a compiere un passo dopo l’altro verso una meta desiderata ma sconosciuta.                              È la mia questa tenerezza che palpita in petto e mi chiude le braccia nel timore di perdere un ricordo.                                          È la mia questa compassione che mi fa abbassare lo sguardo di fronte ad una consolazione che non posso offrire.             È la mia questa malinconia dolcissima che nasce in risposta ad una promessa sussurrata da un vento misterioso.              È il mio il tormento del caos a cui non so dare né nome, né forma.                                  È la mia la pace di fronte ad un cielo pieno di stelle e ad una luna, che come mare quieto, accarezza i miei moti turbolenti.      È la mia la gioia della magia di un bosco a cui non so dare età, ma che in silenzio accoglie e consola i miei mille perché.          È la mia la paura con cui ho aperto gli occhi su questo mondo cosi ricco eppure cosi povero per una donna sola.                    È la mia l’immobilità in cui non rischio di cadere e che mi ha salvata e dannata ogni volta che davanti a me le strade si stringevano a soffocarmi.                               È la mia questa curiosità ardente che brama risposte e troppo spesso urla silenzi.                                                                  È il mio questo sapore amaro in bocca che torna a ricordarmi un’occasione che ho lasciato scivolare via tra le dita arrese.        È il mio questo desiderio di fondermi nel calore di un abbraccio senza inizio né fine. È la mia questa vergogna che mi stringe la gola e mi arrossa le guance di fronte al timore dello scherno della mia verità.          Sono mie tutte queste aspettative, queste vittorie, queste delusioni, questi fallimenti che, come lava ardente, scavano in me spazi sempre più profondi, sempre più bui.                                                                        È il mio questo Amore che oggi sceglie di lasciare la fonte da cui ha avuto vita per ritrovare la culla in cui niente muore, nessuno è più solo e tutto finalmente è Uno.                                                                      IO VIVO, IO SCELGO, IO AMO, IO MUOIO.    IO RINASCO.

Con Amore. Letizia.

Un abbraccio forte❤

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Autore: La Fenice Ribelle

Innamorata dell'Amore, del Coraggio e della Libertà. La Paura, la mia sfida continua e la mia più fidata alleata. Il mio destino: trovare me stessa.

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