Libertà

Ho taciuto a lungo, più o meno tre settimane.
Quando ho aperto questo blog ho iniziato a scrivere di getto, immediatamente, come un fiume in piena, occupandomi solo di me senza preoccupazione alcuna di chi potesse leggermi e godendo a pieno del sollievo di una sorta di liberazione. Dopo un pò di giorni, con lo stesso impeto ed improvvisamente, il bisogno di lasciar andare pezzi di me, si è trasformato in una sorta di incapacità completa, lasciandomi profondamente scossa.
Durante il pomeriggio successivo a quello del mio ultimo scritto, spinta dalla fame di raccontarmi, mi sono seduta sul divano, ho aperto il blog, ho cliccato su “Nuovo articolo”, ho scritto il titolo e, con profondo sgomento, mi sono ritrovata per ore a guardare la tastiera senza riuscire a digitare nemmeno una lettera. In modo insolente tutto ciò che si agitava nella mia mente si rifuitava di prendere una forma qualsiasi fuori di essa. Per quanto mi sforzassi a nessun pensiero riuscivo a dare una linearità.
In me era folla, come la domenica pomeriggio nelle piazze di città.
Testarda da sempre, questo nuovo e sconosciuto stato faceva si che mi sforzassi e scrivessi lo stesso, più incaponita che mai. Fiera e prepotente finché non rileggevo e mi trovavo costretta a cestinare tutto poiché incomprensibile anche per me, figurarci per qualcuno a cui volevo provare a raccontare.
Ho insistito un sacco, finché, grazie a Dio, ho cominciato ad intravedere un possibile motivo di questo mio nuovo sentire.
Con sollievo ho compreso che forse, liberando il mio dolore residuo, il mio non detto, addirittura mettendolo nero su bianco, avevo compiuto il mio miracolo. Ci speravo più che altro. Avevo di fatto creato la non linearità, un vuoto denso di Tutto. Avevo rotto gli argini e reso la mia storia incomunicabile, chiara e viva ancora solo per me. Io e me stessa e fine delle trasmissioni. Non si possono cercare all’infinito fuori le motivazioni di sè. Nè aggrapparsi a qualsivoglia sollievo, questa la realtà. Ero diventata un cerchio definitivamente chiuso.
Per i primi dieci giorni devo ammettere che ciò che oggi mi permetto di chiamare miracolo mi è sembrato più una dannazione studiata a tavolino da qualche beffardo genio del Male. Ho la tendenza a drammatizzare, per cui la trasformazione in mutismo della mia naturale tendenza alla comunicazione mi faceva pensare al peggio del peggio. Mi chiedevo come fosse possibile avere cosi tanta voglia di esprimersi e ritrovarsi ad affilare solo pensieri privi anche della soglia minima di coerenza. Mi faceva incazzare da morire questa cosa. Talmente tanto che in parecchi momenti, mentre mi guardavo allo specchio, con gli occhi sempre più scavati, con gli zigomi sempre più pronunciati, ho pensato che il mio momento per impazzire o morire, fosse arrivato.
Dal 12 ottobre ho mangiato poco, dormito anche meno, vissuto ai minimi termini, scritto zero e parlato fino a perdere il fiato. Con me stessa fondamentalmente ma anche con le mie compagne di viaggio, le uniche a poter capire quello che mi stava succedendo, e con lo straordinario Uomo che, con coraggio e dedizione, ha deciso di condividere con me la sua Vita. Lui..lui che nonostante non sempre capisse, in quei giorni, mi sorrideva sempre. Lui che per ore ed ore ed ore infinite mi ha ascoltata senza proferire parola, accarezzandomi senza interferire mai. Lui che, mentre io cercavo nella mia storia, mi ha nutrita quando ero così affamata da non riuscire a reggermi in piedi, lui che mi ha coperta quando tremavo dal freddo, mi ha sorretta quando stavo male. Lui che mi ha incoraggiata ad andare avanti contro ogni logica, lui che mai per un istante ha dubitato della necessità di ciò che mi stava accadendo. Lui che mi ha stretta tutte le notti in cui mi sembrava di non riuscire più a tollerare la paura e mi ha lasciata al sorgere del sole quando, piu serena, sapevo di dover continuare a camminare da sola. A Lui devo la mia fine. A lui, che già possiede la mia Essenza, devo la mia Vita. Senza tutto questo suo Amore nulla sarebbe stato possibile.
Venti giorni incredibili. Un miracolo che sembrava assomigliare più ad un film dell’horror, perlomeno all’inizio.
Poi, pian piano, stavolta a piccoli passi e non come uragano, mi sono accorta che ogni mio perché, ogni mia sofferenza trovava una risoluzione. Veloce, semplice, di quelle che una volta che le hai trovate non ci pensi manco più.
A mò di treno ben assestato sulle rotaie, senza rendermene conto, ho aperto, dato un posto ed un senso a tutte le dinamiche che in 37 anni mi hanno procurato dolore. Come un albero d’autunno, mi sono spogliata di ogni limitazione, di ogni vincolo, di ogni timore, di tutto quello che per troppo tempo mi ha fatto andare a letto con gli occhi inumiditi dalla paura e svegliare con lo sguardo spento dalla nostalgia.
Non so cosa precisamente sia accaduto, né come questo processo abbia preso questa irrefrenabile direzione.
So solo che l’avevo chiesto. E so anche che ero immensamente stanca. Da tanto.
So che circa un’anno fa ho invocato la forza di uscire dal guscio limitante di una sofferenza incredibile che mi stava per uccidere. So di aver chiesto di essere felice oppure di morire, purché non dovessi continuare a vivere cosi.
Il resto lo ha fatto per me il mio assurdo Destino. Come per tutti, d’altronde.
Ho chiesto solitudine e l’Amore è arrivato con una potenza inaspettata, ancora, e stavolta con una pienezza e completezza che manco immaginavo potesse esistere.
Ho chiesto il sollievo ed ho vissuto un maremoto.
Ho chiesto rispetto e ho ricevuto continui fraintendimenti di me.
Ho cercato di offrire amore e ho dovuto ingurgitare rancore, invidia, rabbia, sgomento, confusione.
Ho pensato di poter finalmente comunicare e ho dovuto ripiegare sul silenzio.
Insomma, non mi so spiegare come sia potuto accadere, nè dare un senso alla bizzarra modalità in cui tutto è avvenuto ma, finalmente, oggi, io sento di essere libera. Quella Pace tanto anelata e cosi sperata, comincia a prendere forma, comincia a farsi luce come il sole che fa capolino all’alba. Non so che sarà di me ma sono certa che ora sarà bello e facile e pure leggero.
Stamattina mi sono svegliata presto, ho preso la macchina in fretta, non ho badato al sonno nè alla voglia di rimanere al sicuro nella mia tana, ho sbrigato un sacco di commissioni necessarie, ho fatto per la prima volta colazione di metà mattina con il mio Amore, ho cucinato un piatto che da quattro anni non ricordavo nemmeno fosse tra i miei preferiti e nel mentre, incredibilmente, non ho sentito nè paura nè dolore, nè nessuno dei sentimenti che mi sono sempre appartenuti e mi hanno persino caratterizzata per buona parte della mia esistenza.
Magari a voi potrà sembrare normale e scontato ciò che ho compiuto stamattina. In effetti lo è. Lo è per chi ha avuto una vita diversa dalla mia. Lo è per chi non ha due tombe con due cuori disperatamente amati da sognare ogni notte, lo è per chi non ha visto i pezzi di Sè scomporsi cosi tante volte in 37 anni da averci fatto l’abitudine e lo è anche per chi, per natura, non vive sentendo entrare fin nella carne tutto ciò che lo circonda.
Non ritengo straordinaria la libertà che sto provando…non ancora. Per ora mi limito a ritenere che fosse improbabile fino ad appena pochi giorni fa.
Cucinare, chiudere gli occhi, riempirsi dell’odore del cibo che a breve ti nutrirà, ti sazierà, ti farà sentire “brava”. A piedi nudi sul pavimento freddo, girarsi e sorridere, incrociando lo sguardo dei tuoi cani, famelici come te. Accendere la radio, trovare una musica fin troppo conosciuta in cui stranamente non trovi più malinconia ma solo promessa di vita. Soffermarsi sulla foto sorridente di “Cuore” che dal primo nostro istante è li, sulla mensola, a guardarmi, e non provare più quello strazio al petto che mi ha distrutta, ma solo la gioia immensa per tutti gli infiniti doni che da lui ho ricevuto. Aspettare con ansia ed eccitazione l’Amore che torna, buttargli le braccia al collo e mentre lo stringi, accorgerti che non ci credevi per davvero, sentire in un abbraccio la sacralità di ogni singolo passo compiuto perché potessimo diventare quello che siamo ora l’uno per l’altro. E sopra ad ogni cosa percepire l’Unione. Mia e sua ed insieme di tutti coloro che abbiamo amato. Perché niente di ciò che siamo, di ciò che sono, sarebbe stato possibile senza tutto ciò che è stata, finora, semplicemente Vita.
Infine scrivere, ora, ancora, e sorridere mentre sussurro piano a me stessa “Sono tornata” o forse, piuttosto “Eccomi, finalmente, dopo Tutto, sono Io”.

“Nessuna prigione esiste se non per insegnarti a vivere nei tuoi limiti.
Nessun limite sussiste quando hai imparato a ricordare, accettare e sorridere.”

Un abbraccio❤ https://youtu.be/NXE-aTIIG30

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La Malinconia di chi nasce Tondo.

Stamattina mi sono svegliata triste. Da settimane sogno incendi, esplosioni, incidenti in cui sono coinvolta. Nei miei sogni ho paura. Cerco rifugio, chiamo con disperazione chi amo per aiutarmi, per proteggermi. E le persone che invoco sono li accanto a me, ma non intervengono. Mi guardano e basta. Più le prego e più rimangono a guardarmi con la fiducia che io possa farcela, ma senza mai aiutarmi. Stanotte volevo tornare a casa ma per aiutare uno dei miei Amori, ho perso il treno. E mi sono quindi svegliata particolarmente triste. Ho fatto colazione svogliatamente mentre il senso dell’abbandono e della solitudine mi stringevano il petto in una morsa in cui trovo, da sempre, anche difficile il respirare. Solo da poche settimane non provo più rabbia verso gli altri per questo mio sentire. Solo malinconia. Perché ne ho finalmente colto il senso.

Fin dalla nascita sono stata “strana” per chi mi circondava, “diversa” per me. Godevo nell’osservazione del mondo, provavo fatica nell’agire. Non ero vivace, ero, piuttosto, particolarmente insicura, paurosa e questo mi impediva di relazionarmi con i miei simili in modo libero. Di fronte al mondo troppo chiassoso e irruento io preferivo rifugiarmi tra le braccia di mamma. Quando subivo un torto dagli amichetti provavo una rabbia profonda che trovava sollievo nella richiesta di difesa ai miei genitori. Ho provato terrore all’asilo, paura alle elementari dal primo all’ultimo giorno. Mi sono sentita un aliena alle medie, fraintesa e poi esclusa alle superiori. Ho allacciato pochi rapporti con i miei pari in tutti quegli anni poichè ho sentito di potermi fidare pochissime volte. E a quelle persone ho donato il mio cuore. Sono poche, è vero, ma oggi mentre sto scrivendo, i volti di chi ho dentro di me, scorrono nella mia mente, e provo lo stesso amore degli inizi. Perché io nel cuore ho il “per sempre”ed in alcuni casi questo si è dimostrato una gran sfiga. Non ho mai temuto la lontananza fisica, ma quella dei cuori si. Terribilmente. Il tempo, poi, mi ha dato ragione. Chi avevo scelto, tuttora mi sente, mi incoraggia, mi incita ad essere. Credo succeda ancora perché i nostri cuori sono uniti, ma posso sicuramente sbagliarmi riguardo al sentire altrui. Io mi sento unita a tutti loro poiché in loro ho lasciato, di volta in volta, un pezzetto del mio cuore. 

Ciò che ho scritto finora potrebbe farmi apparire come una santarella innocente. Non lo sono e non lo sono mai stata. Chi ha avuto a che fare con me sa quanto cavolo io sia stata terribilmente impegnativa, complicata, irritante e spesso prepotente. Sa quante volte mi sono sottratta ai miei “doveri”, quanto sono stata sfuggente e rabbiosa. Quanto amassi per poi sottrarmi. Quanto non mi andasse bene praticamente nulla. Quanto io abbia rifiutato, quanto mi sia ribellata con tutti i mezzi che avevo. Quanto io abbia assunto il ruolo della pazza. E per questo chiedo scusa con tutto il cuore.

Oggi so il perché e voglio dirlo per me e per tutti quelli mi hanno fraintesa. Una volta per tutte. Perché ora io ho com-preso me stessa. Ovviamente a tutti la libertà di capire o meno, leggere o chiudere qui. A me la libertà di esprimermi e di non accogliere Mai più chi viene a me senza Accettazione, senza Verità e continuando a tentare di cambiarmi o ledermi. 

Io SONO diversa. Nè speciale, nè santa, nè folle, nè strana. Solo diversa dalla maggior parte degli uomini. 

Prima non lo sapevo per cui mi arrabbiavo terribilmente con i malcapitati che tentavano di “farmi ragionare”, di “darmi amore” o di “curarmi”. 

Non essendo mai stata particolarmente stupida ed avendo bisogno di cura, affermazione sociale e protezione come tutti gli esseri viventi sulla Terra, mi sono convinta di essere difettata, sbagliata. Questo il torto fatto a me stessa, questo il mio peccato nel torturare chi non mi capiva. Questa la mia Colpa. 

Se il 90 percento del mondo mi dice che sono “paurosa” “asociale”, “borderline”, “fobica”, “paranoica” io Credo di esserlo. Questa è la legge della socializzazione. Ed è parte della “profezia che si autoavvera”. Se tanti credono che tu sia qualcosa, tu lo diventi. Punto. O almeno ci provi con tutta te stessa. Perché degli altri hai bisogno. Altra legge di Natura è che, per dirla con le parole dei saggi anziani, “Chi nasce tondo, non può morire quadro”. Ecco io sono tonda e per quanto mi sia sforzata di adattarmi al quadro sono rimasta tonda. Per questo ho scritto che sono diversa dalla maggioranza degli esseri umani. Non ho potuto fare diversamente. Forse la mia Natura è più prepotente? Non lo so. È successo e basta. Nel mentre ho assunto tutti gli atteggiamenti che ho scritto sopra. Sapete quando? Quando ho tradito quello che sentivo ed ho lasciato che il mondo mi travisasse. Quando mi sono ficcata a forza nel quadro, la sola forma in cui il mondo vive e ti vede.

Diciamo che se io avessi ricevuto accoglienza, com-prensione e com-passione fin dall’inizio dei miei giorni tutto questo macello si sarebbe ridotto di un bel pò. Ma Io sono Diversa, quindi non è colpa di nessuno. È la mia strada. E se non fossi stata fraintesa cosi tante volte, probabilmente oggi non avrei ritrovato e accolto con gioia immensa la mia Natura. Per cui va benissimo cosi. Solo il fraintendimento non mi sta più bene. Per cui decido, per chi vuole starmi accanto, il rispetto della mia Natura, della mia Verità. Io rispetto profondamente le motivazioni di chi vuole essere quadro. Di chi ci si sente bene. Voglio lo stesso per me. 

Io sono nata con il marchio “dell’ Amore incondizionato”. Un pò come una lettera scarlatta, se volete. Mi sono fidata dal primo respiro che, come lo sentivo io, tutti gli uomini lo sentissero. E sono rimasta fregata. In virtù di ciò che sentivo ho donato me stessa, ho nutrito, ho accolto, ho superato di volta in volta i miei limiti. Perché lo possiedo, è come il colore degli occhi o dei capelli. Ognuno ha qualcosa di caratteristico, peculiare. Che lo rende unico. Qualcosa di utile e sacro. Io ho “l’Amore che si dona”. E lo sento vivo, pulsante. Per Amore ho mangiato, per Amore ho camminato, per Amore ho provato Terrore, per Amore ho avuto paura. Per Amore ho esercitato la rabbia, l’immobilità. Per Amore ho amato ed odiato, mi sono sentita vittima e carnefice, per Amore mi sono isolata, mi sono affidata ciecamente e poi non fidata più di nessuno. Per Amore ho lasciato tutto per correre tra le braccia di chi mi amava. Per Amore ho sviluppato la fobia di essere amata come volevano gli altri. Per Amore ho rischiato di morire. Per Amore ho cercato Ovunque l’Amore. Per Amore, l’amore egoista mi ha sempre fatto schifo. 

Forse anche ora penserete che sono folle. Ci sta. Ma guardatevi dentro, guardatevi intorno. Che l’amore muova il mondo penso sia un dato di fatto assoluto. L’amore è tutto ciò che muove le nostre fila. Tutto ciò che ci tiene uniti. Innamorati del possesso dell’altro, del potere di sé, dell’affermazione, dei soldi, del sesso, del rincorrere ideali, del matrimonio, del lusso, del benessere fisico o mentale, della tranquillità, del bene, del male. Potrei continuare all’infinito, ma credo basti. Tutti noi siamo immamorati di qualcosa. Vogliamo FARE qualcosa. Vogliamo agire il nostro pensiero, perseguire le idee. Vogliamo AVERE qualcosa. E quando non lo otteniamo ci sentiamo sconfitti, disillusi, arrabbiati, infelici, tristi. Per me questo non è Amore. Non è Amore perché non proviene dal Cuore, ma dalla nostra Mente. Che fa per ricevere e ottiene per poi dare.

L’Amore incondizionato è Essere. Per sè e per gli altri. È il più grande dei doveri dell’Uomo. Il Fare e l’Avere sono conseguenze, mai punti di partenza o merce di scambio. Perché se non SIAMO saremmo sempre vuoti, per quanto agiamo e per quanto potremo AVERE O FARE. 

Io non ho scelto di ESSERE. Io Sono. Perché sento col Cuore. Sono la più folle dei folli. Innamorata dell’Amore. Quanto ho tentato di riconnettermi a questo mondo governato solo dalla Mente, il mio Cuore urlava ed io sono impazzita per davvero. La Mente mi ha reso schiava, come siete Schiavi tutti voi che pensate di dover fare, dover avere per poi essere. È un Inganno. Ci porta fuori dal cuore, nei moti impazziti dell’esecizio di sé stessi. Rabbia, guerre, annientamento, odio. Vuoto. L’Uomo si comporta così perché ha smesso di sentire. Perché all’Uomo l’Amore Romantico, incondizionato fa schifo. È debolezza, è stupidita è inutilità. L’Amore che ti fa sognare, ti riempie, ti fa superare i tuoi limiti, ti fa accettare Tutto dell’Altro perché i cuori sono uniti, all’uomo fa paura. Da adulto però. Perché sono convinta che da bambini non la pensavamo cosi. 

Vi prego di riflettere. Quando è stata l’ultima volta che avete disegnato un cuore sulla sabbia, sperando e aspettando che il mare lo portasse via o non lo lambisse? Quando avete smesso di sognare, di appiccicare cuori di carta, di struggervi per le frasi di scrittori che ricopiavate ovunque? Quando avete smesso di ascoltare la musica dei vostri cantanti preferiti con la faccia da ebeti e il cuore speranzoso in tumulto? Quando avete rinunciato a coccolare il vostro peluche preferito? A struggervi perché ve l’hanno rotto o tolto oppure si è semplicemente perso? Quando avete smesso di piangere per un uccelino ferito o un gattino solo? Ecco trovate quei momenti e chiedetevi per quale motivo avete pensato di credere a chi vi diceva che quelle cose sono da piccoli, “ingenui”, “stupidi” e che gli adulti non si comportano cosi. Certamente. Infatti gli adulti amano ed odiano con la stessa intensità. Gli adulti giudicano e vanno dritti a testa alta. Gli adulti hanno tanto, fanno grandi cose e si sentono immensamente vuoti. A mio avviso gli stupidi, gli ingenui e gli stolti sono gli adulti, mica i piccoli. I piccoli sono stati soltanto paurosi. E se si potesse Essere adulti mantenendo vivi i moti del cuore dei piccoli? È solo un’ipotesi. Ciò che è certo è che noi tutti siamo nati uguali. Abbiamo il dono del Sentire. Siamo tutti in possesso di un’ energia potente, che non a caso è la prima che ci hanno donato. Per sopravvivere all’inzio e perché doveva essere fondamento per tutto ciò che di noi avremmo voluto fare. Siamo tutti stati ingannati. Ci hanno chiesto di mettere in un cassetto ciò che ci appartiene di Nascita perché ci avrebbe reso deboli. E noi per essere accettati gli abbiamo creduto. E abbiamo sviluppato la Mente. Utilissima e potente. Ma capite che non si può rinnegare il pezzo di noi più vero? Quello che ci accomuna agli animali? Quello che la Natura ci ha regalato? Una Mente che va per il mondo rinnegando il cuore è pericolosa. Per noi e per gli altri. Un Uomo che dirige la Mente seguendo le sensazioni del Cuore è LIBERO, INFINITAMENTE POTENTE, non debole. C’è chi soffre per questo e chi sta benissimo schiavo nella mente. Sappiate solo che così siamo tutti Monchi, tutti mancanti. Il Mondo di oggi ci vuole cosi. In catene di noi stessi. Per quanto ci sforzeremo non potremo mai sentirci completi poiche non si può vivere nascondendo chi si è all’origine.

Io sono Cuore. E quando l’ho rinnegato la Mente ha sbarellato. Mi sarebbe piaciuto tantissimo adattarmi per stare tranquilla. Non mi è riuscito. Anzi ho cominciato a detestare sempre di più i quadri nonostante li amassi più di me stessa. Quando l’ho compreso, quando mi sono arresa e poi liberata ho portato la Mente a seguirmi e non a combattermi. 

Soffro per la mia Natura? Si. E Penso che per questo soffrirò per sempre. Perché sogno che qualcuno mi culli come io so cullare, mi protegga come io so proteggere, mi guardi e mi veda per davvero come io so vedere, mi sostenga, mi incoraggi, mi elogi o mi riprenda quando sbaglio. Sogno ancora i cuoricini di carta. Incollati sul diario segreto, dove il cuore è Tutto e il mondo è fuori. 

Soffro ma non ne faccio una colpa a nessuno. Io ho scelto consapevolmente di smettere di ingannarmi. Io ho accettato di essere ciò che sono. Provo solo malinconia a causa del mio sogno “infantile” che, un giorno, ogni essere umano sia accolto e sostenuto, nutrito e protetto, accompagnato a trovare se stesso e mai snaturato, mai lasciato solo, mai denigrato. È diritto di nascita, diritto di Natura.

Io non posso smettere di sognare. Per me e per tutti. Io Sono tonda. E finalmente ne sono immensamente felice.

La mia Primavera, il mio Autunno.

Fin da piccolina Io mi sono sentita Primavera.

Trascorrevo ore e ore a disegnare alberi in fiore, strabordanti di frutti. Provavo un piacere immenso nello scegliere i colori più accesi che possedevo, per rendere la magia che sentivo alla vista della Natura che si dona. Gli alberi che preferivo disegnare erano i ciliegi,con la fronda più grande che lo spazio sul foglio mi concedesse, strabordante di piccole palline legate a due a due, rosse come fuoco. Adoravo il bizzarro vezzo delle ciliegie di venire al mondo in coppia, unite insieme da un picciolo tanto sottile, quanto incredibilmente resistente. Disegnavo quindi ciliegi ed intanto sognavo l’Amore. Al termine dell’opera pure il verde delle fronde scompariva in mezzo a tutto quel rubino. Soddisfatta mi alzavo e correvo a sottoporre ai miei Amori la mia creazione. E guai a chi sfuggiva agli elogi che per diritto mi toccavano. Ero capace di ammorbare per ore i miei poveri genitori, finché non vedessero quanto ero stata brava. Solo a quel punto ritornavo alla quiete, orgogliosa di me.

Crescendo la Primavera é diventata davvero la mia stagione preferita. Dopo il freddo, cosa esiste di più bello del sole che giorno dopo giorno scalda sempre un pò di più e sempre più a lungo? Quel calore crescente che ti spinge a liberarti degli abiti stretti, che ti invita ad esporre il tuo viso alla luce, che ti fa scalpitare per godere del giorno dopo il buio fastidioso di troppe notti.

Per questo mi sono sempre sentita Primavera. Per i frutti di me che io pensavo di dover necessariamente donare agli altri e per la frenesia dell’energia mi esplode dentro. Non importa se un luogo é ostile o impervio, il fiore sboccia ugualmente. E non gliene frega niente se morirà subito dopo a causa della sua imprudenza. Sboccia e basta. Io quella prepotenza e quella fame che ti spinge a sfamare per forza l’ho vissuta ed agita a lungo, perché mai mi ero mai resa conto di quanto potesse bruciare il fuoco dell’Estate. Di quanto la terra rigogliosa che io tenevo dentro potesse seccarsi fino ad assetarmi, fino a rendermi schiava nella preghiera di un sorso di vita.

Per quanto io non l’avessi nemmeno lontanamente tenuta in considerazione l’ Estate é arrivata. In principio, da brava e testarda Primavera, non ho dato troppo peso all’arsura. E cosi, come per sadico incantesimo, l’Estate è tornata. É arrivata nel mio non sentirmi mai abbastanza, é arrivata quando i frutti che donavo di me risultavano agli altri sempre troppo acerbi o ormai sfatti, é arrivata tutte le volte che, per distrazione, i miei parti faticosi avvenivano nel silenzio e nella cecità. Avevo fame ed avevo sete ma la Primavera, si sa, può solo nascere, per cui, pur rinsecchita e sempre meno rigogliosa, continuavo imperterrita. Finché l’Estate, ormai esasperata, non ha deciso di concedermi il Fuoco.

Fuoco nella Morte di chi amavo ed amo eternamente, Fuoco nella malattia e nello strazio degli Innocenti, Fuoco nelle mie mani rese immobili dall’Inevitabile, Fuoco nell’Inganno di chi ha promesso di amarti e ti lascia sola, Fuoco in chi ha mangiato tutti i frutti che avevi e nega di essersene saziato, Fuoco in chi la tua Primavera non l’ha mai vista ma lotta per convincerti che tu non lo sia mai stata.

Fuoco fino all’osso. Fino a Me. Niente più intorno, nessun frutto da offrire né di cui saziarsi, nessun fiore nè foglia, rami e radici in cenere, fuliggine che si posa a creare l’oscurità.

Quanto ho desiderato in quei momenti che arrivasse l’Inverno. Solo Dio può saperlo. Quanto ho desiderato la neve che copre tutto, fino a far dimenticare al mondo la stessa esistenza di ciò che al di sotto ne giace. L’ho invocata con tutta la Potenza che avevo, prima con pietà e poi con rabbia, fino a perdere il fiato. Pensavo fosse quasi arrivato, pensavo di poter godere del riposo. Ne ero convinta e felice di essermi arresa.

Ma come può l’Inverno spazzare via la prepotenza della Primavera? Come può seguire l’Estate? Non è possibile, poiché Nulla può far sì che la Natura muti. Così nell’Ordine sacro delle stagioni, così in Me, così nella Verità di ogni essere umano.

Dopo questa lunga Estate, di Letizia è rimasto poco. È rimasto tutto e solo ciò che le serve. Ha il suo seme, ciò che è sempre stata, sotto tutti quei frutti e quelle foglie. L’Essenza all’ombra, che aspetta quieta di venire al mondo. Proteggerà quel seme, potando intorno tutto ciò che é arso. Lo scalderà, lo nutrirà e attenderà con fiducia il ritorno della sua Primavera. Sa che tornerà ma sa anche che arriverà senza il troppo, senza la pretesa dell’abbondanza, senza l’impazienza, senza la struggente necessità dello sfoggio di Sè. Arriverà e Letizia saprà darsi senza mai più avere sete.

Tornerà l’esuberante Primavera, sgargiante e quieta, poiché finalmente Letizia ha conosciuto la gioia incredibile e la sacralità assoluta del suo Autunno.

Vi abbraccio❤

Ps: Domenica sono andata a cercarlo tra le mie montagne l’Autunno. Ne lascio un pochino qui. Per voi, per me. 🍁🍂🍂🍁

Anima Animale

Oggi si onora San Francesco, protettore di tutti gli animali. 

A loro, quindi, voglio dedicare il mio pensiero.

A loro, che a mio avviso, pagano, Tutti, le conseguenze del nostro “elevatissimo” grado di cultura. A loro che subiscono la nostra umanizzazione “a fin di bene”, a loro a cui bruciamo boschi, prosciughiamo fiumi, inquiniamo mari, cementifichiamo prati, sciogliamo i ghiacci. A loro a cui togliamo la dignità di poter vivere seguendo la loro natura. 

Gli animali, pure, soffrono. La sentite la loro disperazione, la loro confusione, la loro disperata ricerca di difendersi? Percepite come ogni nostra conquista sia una loro perdita? Nulla è a caso, per cui sono convinta che loro Sapranno come evolvere da tutto lo sfacelo che noi “esseri senzienti” gli stiamo procurando. Perché questa è legge di Natura, per Tutti gli abitanti dell’Universo. 

Molti dicono che gli animali non hanno un’anima, oppure possiedono “soltanto”un’ anima collettiva. Ma chi afferma ciò si è mai soffermato a guardare in fondo agli occhi di questi esseri? Si sono mai accorti della profondità del loro sentire e della diversità che ogni individuo, pur della stessa specie, esprime? Si sono mai fermati ad analizzare la loro assoluta innocuità sulla terra e la leicità delle azioni che loro compiono secondo Natura e che noi riteniamo “crudeli”? Nessuno animale uccide guidato dalle passioni, nessun animale spreca ciò a cui sottrae la vita, nessun animale, mosso dalle emozioni, allontana o lede la propria prole. Nutre, insegna ed accompagna i figli ad essere la migliore versione della loro specie. Gli animali non abbandonano mai se prima non hanno fatto del loro meglio. Gli animali conoscono la libertà, sè stessi, la giustizia, le leggi del cosmo, poiché le vivono e le sentono. Hanno, tutti, la forza fisica necessaria per agire o difendersi nello spazio di natura in cui si trovano a vivere. Sanno curarsi, autorigenerarsi e accettare la propria morte, spesso cercando la solitudine, perché questa è la loro dignità.

Io sono certa, per tutti questi motivi, che gli animali, hanno eccome un’ Anima. La loro. Perfetta cosi com’è. Ed hanno pure un Cuore, molto più sviluppato del nostro, poichè Sentono e non sono vittime delle emozioni.  Ciò che a loro manca è, perfortuna, una Mente “evoluta”. E se per “Mente evoluta” si intende ciò che è l’uomo medio oggi, io voglio tornare a tutti i costi a riappropriarmi della mia Anima Animale. 

Mi auguro, per loro, per noi, e per questa Terra Benedetta, che l’uomo capisca al più presto che la Mente, se davvero vuole essere al nostro servizio, utile ed equilibrata, non può e non deve trascendere l’Animale che la racchiude. Solo quando Corpo, Cuore, Mente e Anima saranno completamente sviluppati e agiranno in sincrono in Noi e per Noi, come ballerini di una coreografiia perfetta, finalmente diventeremo Uomini. Finalmente evolveremo. 

Un abbraccio forte da me e le mie attuali Compagne di viaggio❤❤❤

Oggi ancora più coccole per noi 😉🌟😍

Il Ricordo dell’Emozione

///Questo è uno scritto un pochino lungo. Partolirlo è stato parecchio impegnativo quindi perdonatemi la prolissità e la probabile confusione che ne percepirete. Tento sempre di essere il più lineare possibile, ma io sono il Caos.😁 Ci provo.////

Il 2 e il 3 Ottobre per me sono date importanti. Di quelle che se anche non ci faccio attenzione, poiché magari la mia mente è completamente presa dai pensieri e le incombenze che la realtà mi impone, sussurrano comunque al cuore emozioni. Penso che sia capitato a tutti il sentirsi irrequieti, tristi, malinconici, gioiosi o arrabbiati senza apparente motivo. Poi magari un’immagine, una canzone, un pensiero ci riporta indietro nel tempo e ci fa dire: “Ah già..in questa data è accaduta quella determinata cosa nella mia vita”. Ed ecco affiorare il ricordo. Molto spesso, invece subiamo emozioni e basta, senza definire da dove arrivino. Ci troviamo alla fine della giornata, spegnamo la luce, ci diciamo”domani è un altro giorno” e l’emozione si perde. Altre volte, ancora, ricordiamo perfettamente ma l’emozione che il ricordo ci suscita è discordante, stona. Tutto questo accade perché non vogliamo dare la giusta attenzione a noi stessi. Innanzitutto perché le emozioni sono già di per sè scomode e fastidiose.  In piu ci hanno addestrato, per educazione di massa, a negarle perché cozzano con questo nostro mondo tecnicistico e scandalosamente pragmatico. Le emozioni portano dove non vogliamo essere trascinati e per paura decidiamo che è meglio ignorarle, far finta di niente o trasmutarle. Purtroppo per noi, però, il nostro cervello perfetto, registra. E registra proprio tutto, tutto; ogni nostro secondo da prima della nascita, e questa è un evidenza scientifica. Il cervello, tramite determinate strutture, provoca anche le emozioni dovute al modo in cui abbiamo vissuto gli eventi. Le emozioni: i mostri tanto temuti da noi e da chi ci vuole trasformare in robot da produzione. Il cervello poi, bastardo, ci fa pure un altro scherzetto infame. Lega il ricordo all’emozione che abbiamo provato in quel momento. E che tu voglia o meno, che tu ricordi oppure no, quell’emozione la rivivi mille e mille volte, slegata però dal reale contesto che l’ha generata. Perciò, magari, quella rabbia che stai provando la riversi sul primo poveraccio che ti capita a tiro. Oppure ti senti triste e irrequieto e ti chiudi in casa, mentre fuori ci sarebbero un sacco di belle cose da vivere. Ecco come funziona l’Uomo che non pone attenzione a se stesso. Ed ecco il paradosso di questa Società in cui il fare è vitale, l’Essere è una cazzata new age. Il paradosso dei nostri tempi: eleggere la Mente ad unico strumento infallibile per ottenere certezze sul mondo, permettendoci però di tenerne solo le funzioni che ci fanno comodo per sentirci stabili e produttivi e respingerne nel cassetto più buio tutte quelle scomode, che ci fanno andare in confusione. Perché le emozioni ci fanno battere il cuore e questo non va per nulla bene. Quindi semplicemente prendiamo una parte del nostro razionalissimo cervello, gli diciamo ciao, e cosi pensiamo di essere finalmente al sicuro. Se la negazione che ci sbattiamo per ottenere funzionasse, io personalmente avrei risolto già da un pezzo tutti i miei problemi ed ora, probabilmente, me ne starei in pace al lavoro progettando già il pranzo di Natale e le strameritate prossime vacanze estive insieme al mio compagno. E invece nada. Non voglio di certo spaventarvi, con l’idea che se tentate di porre la vostra attenzione sulle vostre emozioni in modo costante, in modo obiettivo, vi capiterà di straziarvi come ho fatto io. Non accadrà. Io sono pazza e questo è assodato da un tot di tempo. Vorrei solo che vi guardaste intorno e capiste dove vanno a finire le emozioni che noi tentiamo di respingere. Li leggete i fatti di cronaca? Avete modo di accorgervi dell’odio dilagante, dell’autolesionismo, del razzismo, del menefreghismo, della violenza, dell’apatia, dell’anafettività? Ecco quello è il frutto delle personali emozioni a cui non diamo nome per il terrore di soffrire e di diventare matti. Cosi poi, se poco poco, siamo “fortunati” facciamo diventare matti chi ci ama. Se invece siamo particolarmente “sfortunati” arriviamo ad odiare ed uccidere chi ci dorme accanto. La via di mezzo è l’odio per lo “straniero”, colui che più ci allontana dalle emozioni nostre. Li guardiamo come bestie perché siamo certi che il nostro odio è colpa loro…cosi diversi da non poterci manco rispecchiare. Che sollievo, lo straniero! “Nero”, cattivo e prepotente. Diverso in tutto. Per cui colpa sua dell’odio nostro. Senza dubbio. Qualsiasi mezzo è lecito pur non porre attenzione su noi stessi. Automi in balia delle nostre emozioni semplicemente perché scisse dai ricordi che le hanno generate. E secondo me, essere schiavi non è mai una bella cosa. 

Comunque io oggi volevo parlarvi dei miei ricordi. E se ancora, dopo tutta la mia pappardella sul legame ricordo/emozione, non siete stramazzati in terra per la noia (io stessa faccio fatica a sopportare la mia pedanteria, per cui se volete dedicarvi ad altro di più spensierato avete tutta la mia solidarietà) proverò a raccontarveli.

16 anni fa, oggi, il primo bacio con quello che di li a breve sarebbe diventato l’Amore mio. Andavo all’università ed ero una ragazza moderatamente spensierata in quel periodo. Uscivo spesso e studiavo sodo. Il 2 ottobre faceva freddo, nonostante l’autunno fosse arrivato da poco e come quasi tutti i giorni mi apprestavo a ritrovarmi con gli amici. Ricordo l’umidità pazzesca di quella sera che mi spinse ad indossare per la prima volta dopo l’estate, un gilet di lana azzurrino dal collo alto e gli stivali con sotto le calzette più pesanti. Ricordo il viaggio in motorino verso il centro città, la mascherina del casco che gocciolava sul viso nonostante non piovesse. Ricordo il fastidio e la voglia di tornarmene a casa al caldo del piumone. Arrivai nel luogo fissato per l’incontro e, al posto della decina di persone che mi aspettavo di incontrare, ci trovai solo Lui. Gli altri amici avevano tutti avuto contrattempi dell’ultimo minuto. Io e l’Amore mio ci conoscevamo da cinque mesi. Il nostro rapporto era fatto da fiumi di parole, risate e sguardi da lontano, ma nessuno dei due aveva mai pensato che potessimo essere più di quello che già eravamo. Uscivamo insieme praticamente tutte le sere ma mai, prima di quel 2 ottobre, da soli. Arrivai, quindi, e il peso dell’imbarazzo ci colse in pieno, tant’è che stettimo un bel po’ a ragionare se fosse stato il caso di rinunciare ed andare a dormire. Alla fine decidemmo che una birra per lui e un succo di frutta per me potevano essere un lecito compromesso. E poi subito a nanna. Ci incamminammo, quindi, per le vie del centro storico della Nostra città e passo dopo passo, mentre il vuoto dell’imbarazzo si riempiva di parole e di risate, io cominciai ad avvertire il “friccichino” nello stomaco, l’irrequietezza dell’eccitazione che sempre, in vita mia, mi ha annunciato l’imminenza dei miei eventi più importanti. Mi sentivo davvero strana, davvero confusa. Arrivammo in uno dei nostri pub preferiti ed una volta seduti e serviti, ci perdemmo. Letteralmente e totalmente, protetti entrambi dalla sicurezza del “solo amici”. Quei momenti, nella mia mente oggi, sono solo immagini e sensazioni. Il nero dei suoi occhi, la mia mano che giocava con la catenina appesa al mio collo, il suo maglione nero con le costine piccole, morbido, morbido al tatto, le sue labbra che si piegavano in sorrisi continui, di cui fino ad allora non ne avevo scorto la dolcezza, il succo gelido, l’odore della birra, il rumore del contorno che mi spingeva ad avvicinarmi a lui per sentire meglio, per sentire tutto. Uscii stordita e l’aria intorno era cambiata. Non sentivo più l’umidità, sentivo il freddo pungente, quello perfetto per poterti scaldare. Guardavamo entrambi per terra non sapendo che farci di tutto quello che, in mezzo al caos di quel pub, avevamo provato. Conoscevo ed amavo già la sua timidezza, che ai miei occhi lo rendeva innocente, vero, puro. Allora fui io a superare la mia vergogna e gli presi la mano. Lui la strinse forte e, poi, dopo l’ultima esistazione, si avvicinò e ci baciammo. Per poco, ma con un’intensità di cui non lo facevo capace. Quando ci allontanammo sapevo già che lui sarebbe stato un mio “per sempre”. Mano nella mano, in silenzio, ritornammo indietro, fino ad una panchina che scegliemmo come palcoscenico per i nostri primi scambi d’Amore. Non parlammo neanche per un istante. Ci baciammo e ci tenemmo per mano guardandoci negli occhi. Tutto lì. Senza promesse, senza decidere nulla, senza andare oltre perché quella panchina, per noi, in quel momento, era perfetta cosi. Quando poi l’ora tarda ci spinse alle responsabilità della mattina imminente, ci alzammo e con un bacio lieve ci promettemmo un “ci vediamo domani”, ci  voltammo e ci incamminammo ognuno per la propria strada, senza avere idea che le nostre, di strade, si erano già indelebilmente fuse insieme.

Avevo da poco compiuto 21 anni, quella sera, e con Lui, l’Amore della mia Giovinezza ci ho trascorso quasi 11 anni. 

Anni pieni, confortanti, tranquilli. Anni di gioie pacate, dolori lievi che con un abbraccio passava tutto. Anni in cui, ogni volta che lo guardavo vedevo la stabilità di un padre gentile e premuroso. Anni in cui la passione ha lasciato il posto alla sicurezza che lui per me ci sarebbe sempre stato. Anni in cui abbiamo anche litigato tantissimo perché il mio impeto e la mia prepotenza, in quel periodo, erano parecchio difficili da contenere e perché il suo carattere remissivo non gli ha mai permesso di scegliere per sè e di conseguenza per noi. Però, scontro dopo scontro, siamo rimasti insieme lo stesso, semplicemente perché tutto quello che insieme vivevamo era ciò che Noi volevamo. Perché ci amavamo ed insieme avevamo Tutto ciò di cui avevamo Bisogno. Compresa la rabbia reciproca, compreso il rancore perché la sicurezza curava ogni cosa.

L’Amore della mia Giovinezza, come ho già accennato in un mio scritto precedente, in un giorno d’estate di 5 anni fa ha lasciato questo mondo dopo aver patito le pene dell’unico inferno esistente: la malattia. Il giorno in cui Lui è morto io non c’ero e non c’ero nemmeno il giorno in cui i suoi cari l’hanno sepolto. Ancora oggi non so dove si trovi, non perché io non possa prendere la macchina ed andarlo a cercare. Sarebbe semplice trovarlo. Io ancora oggi non sono andata a regalargli nemmeno il suo fiore preferito, perché ero arrabbiata. 

Ero immensamente arrabiata perché 3 giorni prima che spirasse, dopo essergli stata accanto Sempre, in ogni istante della nostra vita insieme, IO, allo stremo di me stessa, ho permesso che qualcuno mi portasse via da quell’incubo. Arrivata ormai alla “meta”, in preda al terrore di non reggere la conoscenza con la morte e al dolore immenso di non poter fare più nulla per Lui, ho mollato. Ho mollato perché non ho avuto fiducia in me e non ho saputo combattere per restare al posto che mi spettava e che dovevo a lui e a me stessa. L’ho permesso ai suoi congiunti che per tutti i Nostri 11 anni mi hanno destestata e ostacolata in tutti i modi possibili, solo per il fatto di essere diversa da ciò che loro intendevano per “futura brava moglie”. L’ho permesso a coloro che mi amano perché gli ho, da sempre, lasciato il diritto di decidere cosa “davvero” fosse giusto per me. Per questi motivi ho mollato e, dopo essermi assicurata che lui avesse Tutto quello che un malato terminale, incosciente, necessita, sono andata a morire a modo mio, lontano da lui. 

In questi 5 anni non sono andata mai a cercarlo perché ero terribilmente arrabbiata. Con Lui! Perchè sentivo che avrebbe dovuto avere il coraggio di difendermi da chi, per 11 anni non ci ha voluti insieme. Non mi fa di certo onore ammettere di essere stata arrabbiata con una persona morta, che ho amato e che mi ha amata. Ma è così. È la verità. Solo oggi comprendo che la rabbia che ho provato era solo ed esclusivamente rivolta verso me stessa. Cioè Lui avrebbe dovuto, si, difendermi, ma era fatto così ed io lo sapevo già dal principio. Sono stata IO a permettere che Lui e tutti gli altri agissero per me. E spesso contro di me.

Mentre tentavo di capire tutto questo però, in virtù della rabbia che avevo dentro, mi sono negata tutto di Noi, pure un fiore su una tomba che tutti i giorni provo ad immaginare. E soprattutto mi sono negata di pensare a Noi, ricordandoci come in realtà eravamo: due splendidi “fanciulli” innamorati e profondamente legati. La rabbia ha sommerso i ricordi. Tutti, pure quelli d’Amore. Fino a che una canzone non mi ha finalmente riportata tra le sue braccia.

Capite ora, perché vi ho parlato dell’importanza del ricordo? Del porre Attenzione? E del perché è nostra Responsabilità accogliere l’emozione che l’evento in sé ci ha suscitato? Perché a volte, una rabbia che non sai da dove arriva, può distruggere la bellezza, la sacralità e la perfezione del nostro vissuto. 

Mi ci sono voluti 5 anni per perdonare prima Lui e poi me stessa. Capire in realtà da dove la rabbia arrivava. Gli altri purtroppo o perfortuna sono quello che sono. Non è nostro diritto o dovere cambiarli. Però possiamo cominciare a prestare attenzione a Noi, curare i ricordi e ciò che ci accade, accogliendo l’emozione e tenendola stretta. Senza negarla. Senza provare vergogna. Bella o brutta che sia. Vivendola e basta, così da non permettere mai a nessuno di lederci, nè a noi di farlo.

Io solo cosi ho ritrovato il ricordo del Mio Amore per Lui. 

Lo celebrerò con gioia, oggi, e lo terrò finalmente con me per tutto ciò che siamo stati: una delle mille facce dell’Amore su questa Terra. Perfetti, allora. Semplicemente Noi. 

Vi lascio con la Nostra canzone. 

 https://youtu.be/mT2np3mBKCc

Un abbraccio ❤

Il punto zero

Credo che ognuno di noi abbia sperimentato il proprio punto zero. Quel momento in cui qualcosa che abbiamo esercitato, vissuto o semplicemente subito per comodità, improvvisamente non è più utile o funzionale (e spesso distruttivo) a quello che dobbiamo affrontare o semplicemente al modo in cui vogliamo essere. C’è chi lo sperimenta nelle relazioni, chi magari con il proprio lavoro, chi con il rapporto con i genitori o con i figli e potrei continuare a portare tanti esempi quanti sono gli esseri umani su questo pianeta. Esiste sempre quel momento magico in cui ci guardiamo allo specchio e ci diciamo che se non ci modifichiamo non potremo mai ottenere ciò che desideriamo. Da quell’istante come per miracolo il mondo che ci circonda, nella nostra mente cambia volto e le soluzioni, che prima sembravano montagne impossibili da scalare, si palesano con una semplicità spiazzante, che ti fa pure pensare a quanto sei stato idiota ad arrovellarti il cervello cosi tanto a lungo e a spaccarti il cuore per senza niente.

È qualcosa di meraviglioso il punto zero. Ti regala la semplicità, la leggerezza del sospiro di sollievo, la possibilità di sentirti libero di agire come meglio ritieni opportuno. È quel momento di vuoto tra come eri e come sarai. È il silenzio.

Strabiliante il punto zero tanto quanto straziante il percorso per arrivarci. Dico straziante perché per raggiungerlo occorre un sacco di impegno. Primo: bisogna concedersi la possibilità di fermarsi ed esaminarsi con obiettività. Secondo: implica l’assunzione di ogni responsabilità delle proprie azioni ed emozioni. Terzo, ed è qui la parte più complicata, necessita il tentativo di liberarsi da tutto ciò che non ci serve più per raggiungere l’obiettivo.

Ovviamente non tutti hanno un punto zero, poiché alcuni sono incapaci di riconoscersi come unici responsabili del proprio modo di agire nella vita. Conosco persone sicure di sé e della propria condotta sempre, fin dalla nascita, a prescindere da tutto e tutti. Sono certi di essere perfetti sotto ogni aspetto e convinti che il mondo con loro si sia dimostrato eternamente crudele. Amano sentirsi vittime. Vittime di ogni accidente accadutogli, e loro li, inermi, a subire tutte le più assurde ingiustizie dei crudeli abitanti di questo infame pianeta perché troppo buoni, troppo onesti. Capiamoci, tutti partiamo da li. Tutti ci siamo sentiti vittime, indifesi contro il destino infame. Io ci ho sguazzato in questo limbo. È naturale. Ma possibile che mai, MAI e poi mai, ci si fermi a porsi due domande? Cioè è realmente possibile che ci siano persone che non si mettano mai in discussione? Si. E purtroppo ricoprono la maggioranza della percentuale della popolazione. All’apparenza sono sicuri e spesso sfacciati ma anche loro soffrono. Ed in virtù della sofferenza si rompono spesso le palle. E come tutti toccano il punto zero…si, degli altri però. Di chi gli sta intorno, passandoci sopra come Caterpillar, sbattendosene altamente della sofferenza procurata e per di più andandosene in giro per il mondo ostentando una coscienza cristallina. A loro piace farsi chiamare vittime, io mi diverto a chiamarli Vampiri. Vampiri emotivi. Ma si sa, le definizioni sono solo punti di vista differenti. Per cui pace a loro e pace a me.

Io ho sguazzato nel vittimismo per 33 anni. Come la piccola, povera Anna dei cartoni. Però siccome fare del male agli altri per assicurami vantaggio personale non mi è mai riuscito (porca miseria!) ho deciso, inconsapevolmente, di ledere e sabotare Letizia in ogni modo possibile. Poi, “per fortuna”, durante i successivi 3 anni i “casi” del “destino” mi hanno facilitato il compito e velocizzato il processo verso l’autodistruzione. Per la serie, tolto il dente, tolto il dolore. Non ne vado fiera ma è la verità. Fino a che più o meno di questi tempi, l’anno scorso, finalmente mi sono rotta le palle pure io. Era sabato. Avevo appena ricevuto l’ennesima batostata da una persona “troppo buona, troppo sensibile e troppo onesta”. Mi sono guardata allo specchio del mio bagno e come in preda ad un tragicomico siparietto mi sono urlata in faccia: “Mi Arrendo!!” cosi tante volte che sinceramente, a ripensarci, mi viene parecchio da ridere. Se il mondo era troppo buono, troppo vero e troppo onesto ed io continuavo a prendercela sui denti, allora volevo diventare anche io come il resto del mondo. E Fanculo a tutto e tutti!

Io le avevo davvero provate tutte ma mai la resa. E mai mi sarei aspettata la meraviglia che dalla resa mi sarebbe toccata.

Nell’ultimo anno non ho fatto altro che osservare tutto ciò che in me era disfunzionale al raggiungimento del mio unico obiettivo: la pace. Non si sta troppo bene quando tutti i tuoi limiti ti si ripropongono giorno dopo giorno. Quando cominci a realizzare tutto il potere che hai concesso tu a chi amavi. Quando vedi che sei proprio tu e nessun altro ad aver permesso a chiunque tu volessi di lederti. Non si sta bene neanche quando realizzi che gli altri sono quello che sono e basta, ma chi ha il potere della propria vita tra le mani sei solo tu.  Non ti fa sentire bene capire che il dolore che hai provato era necessario, perché solo cosi avresti potuto iniziare a vederti dentro. A volte stai cosi male che cerchi di scappare ma capisci anche che ormai ti sei arresa e l’Universo, quando chiedi per davvero, non nega mai. 

A forza di ardere dentro, tra un giro di giostra e l’altro, trascinata nel vortice del caos, ti svegli una mattina e ti accorgi scioccata che l’enorme sforzo non pesa più. Ti rendi conto che la confusione si è diradata, che ciò che prima ti sembrava impossibile l’hai già trovato e che la sofferenza è evaporata come acqua al sole. Ma soprattutto senti e vivi finalmente dentro di te la sacralità di ogni secondo della tua vita. Ogni parte necessaria di te finalmente al suo posto. 

Io mi sono svegliata cosi 7 giorni fa. Non sapendo che fare ho cominciato a scrivere e nel fluire ho sentito ogni pezzo del mio puzzle andare al posto giusto. 

Oggi, seppur con titubanza, condivido qui il mio Punto Zero augurandolo ad ognuno di voi, a modo vostro e più e più volte nella vita, perché è questa l’opportunità più preziosa che possiamo concederci. 

“Sono le mie queste mani sempre fredde.    Sono le mie queste gambe consumate dal disprezzo e dalla fatica del cammino.          Sono i miei questi occhi in cui non trovo più la spensieratezza e l’allegria del mio sguardo.                                                              Sono i miei questi denti consumati dalla morsa dell’angoscia.                                          Sono i miei seni che vedo sempre più piccoli e avvizziti da un tempo che non aspetta.                                                                È il mio questo ventre che da sempre fugge al richiamo della vita e che pian piano sfiorisce.                                                       Sono i miei questi fianchi che si fanno sempre più stretti come a voler dimenticare la morbidezza originaria della creazione.                                                            Sono le mie queste spalle aguzze che si curvano sotto il peso di un mondo impossibile da nutrire.                                    È mio questo stomaco in tempesta da sempre che non osa chiedere per paura di non riuscire a trattenere.                                È il mio questo respiro affannato e strozzato per aver tentato di correre troppo a lungo, senza aver imparato prima a camminare.                                                    È la mia questa voce sempre più flebile che si fa piccola per il costante timore di poter turbare la quiete.                                        Sono le mie queste orecchie che si rendono sempre più sorde per non dover più mentire.                                                              È il mio il suono di questo cuore spaventato dall’eterno inganno dell’offerta di una culla terrena dove poter riposare.      È il mio questo dolore amico, compagno fidato a cui ho teso la mano pur di non scomparire.                                                        È il mio il coraggio di non aver mai pronunciato la parola Casa senza avere la certezza di essere arrivata.                            È mia questa fiducia traballante che, da sempre, guida i miei piedi a compiere un passo dopo l’altro verso una meta desiderata ma sconosciuta.                              È la mia questa tenerezza che palpita in petto e mi chiude le braccia nel timore di perdere un ricordo.                                          È la mia questa compassione che mi fa abbassare lo sguardo di fronte ad una consolazione che non posso offrire.             È la mia questa malinconia dolcissima che nasce in risposta ad una promessa sussurrata da un vento misterioso.              È il mio il tormento del caos a cui non so dare né nome, né forma.                                  È la mia la pace di fronte ad un cielo pieno di stelle e ad una luna, che come mare quieto, accarezza i miei moti turbolenti.      È la mia la gioia della magia di un bosco a cui non so dare età, ma che in silenzio accoglie e consola i miei mille perché.          È la mia la paura con cui ho aperto gli occhi su questo mondo cosi ricco eppure cosi povero per una donna sola.                    È la mia l’immobilità in cui non rischio di cadere e che mi ha salvata e dannata ogni volta che davanti a me le strade si stringevano a soffocarmi.                               È la mia questa curiosità ardente che brama risposte e troppo spesso urla silenzi.                                                                  È il mio questo sapore amaro in bocca che torna a ricordarmi un’occasione che ho lasciato scivolare via tra le dita arrese.        È il mio questo desiderio di fondermi nel calore di un abbraccio senza inizio né fine. È la mia questa vergogna che mi stringe la gola e mi arrossa le guance di fronte al timore dello scherno della mia verità.          Sono mie tutte queste aspettative, queste vittorie, queste delusioni, questi fallimenti che, come lava ardente, scavano in me spazi sempre più profondi, sempre più bui.                                                                        È il mio questo Amore che oggi sceglie di lasciare la fonte da cui ha avuto vita per ritrovare la culla in cui niente muore, nessuno è più solo e tutto finalmente è Uno.                                                                      IO VIVO, IO SCELGO, IO AMO, IO MUOIO.    IO RINASCO.

Con Amore. Letizia.

Un abbraccio forte❤

L’Attesa

Oggi è stato uno dei tanti miei giorni dell’Attesa.

Fin da piccola l’attendere qualsiasi evento mi si fosse presentato davanti, mi ha sempre procurato un terrore paralizzante. Che fosse una prova da compiere o l’arrivo di una giornata di festa, nei giorni precedenti, l’ansia cresceva fino a trasformarsi in paura senza nome nè volto. Le mani sudate, le gambe che sembrava non reggessero, il cuore a spezzarmi il petto, il respiro fermo in gola che non andava nè su nè giù. E non importava quanto le persone intorno cercassero di tranquillizzarmi. Non avevano nessun effetto calmante. Anzi, più tentavano e più io avevo paura. 

Quando ho incontrato la malattia nel corpo di chi amavo più della mia stessa vita, L’Attesa si è materializzata. Il peggiore dei miei mostri in me. Senza rendermene conto io sono diventata l’Attesa. Io DOVEVO assolutamente diventare l’Attesa. Pena la pazzia. Tante, troppe ore trascorse di fronte alle porte chiuse di sale operatorie, affianco ad un letto pieno di sofferenza, nelle sale adiacenti ai reparti di oncologia, radioterapia, medicina generale, chirurgia toracica, urologia e altri che per fortuna in questo momento non ricordo. Ci pensavo oggi a quelle ore, a quei giorni, a quei mesi a tutti quei miei anni. Ci pensavo e sentivo il dolore straziante in me che per Amore e necessità perde voce, perde sguardo, perde forma. Il dolore che si traveste per ingannare l’Amore. Io di fronte all’immensità dello strazio altrui sentivo di poter solo attendere. Aspettare con il respiro sempre più debole che quella porta si aprisse e un sorriso mi riportasse un pò di vita ancora. Un bacio da assaporare, due braccia che moriresti purché ti stringessero per sempre. 

Un giorno, aspettando una delle telefonate che avrebbero stravolto la mia vita per sempre, prima ancora che la voce cortese e contrita all’altro capo mi invitasse perentoriamente alla resa, io ho sentito cosa in particolare dell’Attesa mi terrorizzasse. Credo che per tutti noi l’ aspettare qualcosa ci provochi disagio, poiché contiene in sé il mistero. Per quanto tu possa controllare le variabili e fare del tuo meglio, quello che arriva, arriva e basta con imprevisti spessissimo inimmaginabili. 

Per me, oltre al mistero che l’avvento porta con sé, l’Attesa era inganno, silenzio, beffa. Era quel: “ora ti frego io!” sempre piantato ben in testa. Per questo io per anni ho atteso, per questo sono diventata Attesa io stessa. Per questo mi sono messa a scudo tra l’Amore e la Morte, tra l’Amore e la malattia. Perché IO avevo bisogno di guardare in faccia tutto quello che arrivava, perché io l’inganno sapevo di poterlo riconoscere. E nel saperlo riconoscere io tentavo di proteggere chi amavo.

Ora molti di voi ipotizzeranno che io abbia sicuramente sofferto di un disturbo paranoide. Non lo escludo assolutamente. Primo perché nella sua potente e meravigliosa magia, questa vita mi ha portato, oggi, a non poter escludere assolutamente Nulla. Secondo perché credo che ognuno di noi, in momenti particolari della propria vita, abbia assunto atteggiamenti e comportamenti propri di ogni patologia psichiatrica attualmente riconosciuta. E non è pazzia, no. È istinto di sopravvivenza. Ma ora parlare della pazzia non mi interessa.

Vi dicevo quindi della beffa nascosta dietro L’Attesa. Mi faceva strano davvero che di fronte a notizie cosi devastanti io mi preoccupassi principalmente di sgamare la bugia. Per la serie: “Morte? Ma sul serio? Intendi morte morte, o quasi? Dai! Vero o mi prendi in giro?” Meglio qualsiasi cosa nella mia vita che l’Inganno. Meglio Tutto purché sia Vero.

Col tempo la certezza del dove e del perché il mio terrore per l’Inganno mi si sia ficcato sotto la pelle l’ho avuta. Ma il capire perché è relativo. È andare oltre che conta davvero. Perché la stronzata che ci hanno raccontato sul fatto che vivi, soffri e così poi vai in paradiso, a me non ha mai convinto. E siccome davvero io ne ho le scatole piene, se devo vivere, devo farlo con la pace dentro. Per la gioia poi ci lavorerò, se viene bene, sennò va bene lo stesso. Ma l’andare oltre è un obbligo per me. Sempre.

Oggi, come ho scritto all’inizio, è stato il giorno dell’Attesa. Della prima Attesa in vita mia. La più importante forse. La più desiderata, quella potenzialmente più felice di tutte e la meno probabile. Quella che, da bambini, chiudi gli occhi stretti e sai già che Sperando sul serio hai compiuto tutto il tuo dovere. 

Stasera il mio Avvento si è compiuto. Grata all’Universo, sorridendo, scrivo. E mentre scrivo mi rendo conto che nemmeno in un istante, oggi ho provato paura. Non perché sapessi come andava a finire, anzi. Per questo ci sono gli indovini e manco quelli mi sono mai piaciuti. Non ho provato paura perché nel mio desiderio, nella lotta, nell’Attesa c’ero finalmente IO. Solo io. E ho scoperto da poco, ma non è mai troppo tardi, che quando nella vita ci SEI, ci sei per davvero, in Verità e nel Rispetto assoluto di te, con tutti i tuoi immensi limiti e le tue infinite potenzialità, nessuno ti può più ingannare. 

Se ci sei, assumendotene la piena responsabilità, ti puoi concedere il lusso di tirare i dadi, chiudere gli occhi e aspettare che numero ti toccherà a sto giro. Senza paura alcuna. Perché tu giochi, tu rischi, tu Vivi.

Un abbraccio forte❤